Dopo 20 anni dall’ingresso del primo robot in sala operatoria, sistema che è in grado di replicare i movimenti del chirurgo su scala ridotta per diminuire l’invasività dell’intervento, ora è il momento dell’ingresso dell’intelligenza artificiale, che permetterà al robot di diventare autonomo, o quasi.

Anche la medicina è stata investita dalla quarta rivoluzione industriale, o Industria 4.0. Possiamo oggi trovare robot che si occupano di fisioterapia nei centri di riabilitazione, robot che assistono gli anziani e persino robot in sala operatoria. Sono situazioni ormai quasi familiari, eppure fino a poco tempo fa sembravano relegate a scene di film di fantascienza.

Sono tanti i modi in cui queste macchine riescono ad affiancare l’uomo in compiti sempre più complessi. Altrettanto importanti, le implicazioni etiche e sociali dell’ingresso dei robot in sala operatoria.

Alcune specialità chirurgiche richiedono la rimozione, parziale o totale, di tessuti malati. Per operare in alcuni distretti anatomici è necessario riuscire a manovrare con precisione strumenti chirurgici in spazi piuttosto ridotti. È naturale, quindi, che la disponibilità di strumenti che aumentino la precisione della resezione chirurgica, minimizzando l’accesso chirurgico, e che consentano di rispettare od aumentare la sicurezza dell’intervento, trovi immediato riscontro nella pratica: infatti, i robot chirurgici sono ormai diventati uno strumento tecnologico d’elezione.

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