Era la primavera del 2007 e stavo per discutere la mia tesi di laurea triennale il cui titolo recitava: «Il dibattito sulla Roboetica: perché la Filosofia dovrebbe occuparsene?». Filosofia della mente, Filosofia della scienza, Logica, Bioetica, Storia del pensiero scientifico ed Etica della comunicazione erano state foriere, direttamente o indirettamente, della riflessione sul rapporto tra tecnologia e essere umano. Ritenevo, e lo ritengo ancora oggi, che la robotica e le sue declinazioni fossero uno strumento imprescindibile di progresso (previa definizione di progresso) ma che avrebbero sicuramente generato problemi e interrogativi riservati sino a quel momento alla fantascienza.

Il termine robotica è stato coniato nel 1942 dallo scienziato e scrittore di fantascienza Isaac Asimov. Immaginandosi un mondo in cui i robot fossero creature autonome, intelligenti e con capacità pari o superiori agli esseri umani, due anni prima, elaborò le Tre Leggi della Robotica, volte a tutelare il rapporto uomo-macchina.

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