Martedì mattina, con grande ritualità (e puntualità ginevrina), presso la sede centrale del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) a Roma, alla presenza del Presidente del Consiglio e di ben tre Ministri della Repubblica, autorità di varia natura, e centinaia di professori e ricercatori, è stata presentata la seconda edizione della “Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia”, il cui sottotitolo recita “Analisi e dati di politica della scienza e della tecnologia”.

Occasione assolutamente degna di attenzione, anche perché il nesso tra “cultura” e “media” e “scienza” e “innovazione” è sempre più intimo. Basti pensare alla dimensione trasversale del “digitale” che attraversa tutti questi mondi. I numeri purtroppo sono impietosi.

A fronte di una fotografia, seria ed oggettiva, presentata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, la risposta della “politica” è apparsa nella sua fragilità, anzi sfuggenza e finanche evanescenza. Ancora una volta: parole, parole, parole… In sintesi, in materia di ricerca scientifica, l’Italia continua ad essere all’ultimo posto – o comunque nella parte più bassa delle classifiche – a livello comparativo in Europa.

Qualche segnale positivo c’è, ma è lieve (nonostante i redattori del comunicato stampa del Cnr si siano sforzati ad evidenziare il bicchiere mezzo pieno). Secondo i dati diffusi questa mattina, in Italia la spesa per Ricerca e Sviluppo (“R&S”) in rapporto al Prodotto interno lordo (Pil) è in lieve ripresa, passando dall’1,0 % del 2000 a circa l’1,4 % del 2016 (grazie anche all’interruzione del trend di diminuzione degli stanziamenti pubblici).

Restiamo però posizionati in fondo alla classifica dei Paesi europei, dove il rapporto tra investimenti in “R&S” e Pil è quasi del 2 %. E ciò basti. La quota dei “ricercatori” in rapporto alla “forza-lavoro” rimane ben al di sotto di quella degli altri Paesi europei, e si distanzia ancora di più dalla media Ue.

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