Dei robot industriali che sono piccoli, carini e giocosi. Ma non bisogna lasciarsi ingannare. Hanno il potenziale per rivoluzionare il modo in cui funzionano le nostre fabbriche e affiancare – non sostituire – i lavoratori, aumentando la produttività e creando anche nuove opportunità di occupazione. E se proprio ruberanno il lavoro a qualcuno, non sarà agli operati ma alle macchine di vecchia generazione, ai robot industriali tradizionali, troppo costosi e poco flessibili. Il segreto sta nella comprensione di come funzionano le fabbriche moderne, inserite in processi di competizione sempre più serrati che richiedono il massimo grado di flessibilità. Una flessibilità che i robot industriali tradizionali non solo non forniscono, ma anzi sostanzialmente ostacolano richiedendo lunghi studi per arrivare a realizzare progetti in cui il ruolo dei robot si cristallizza su determinati binari e modalità produttive che non possono essere facilmente cambiate.

Ecco che la tecnologia, che nella prima fase di automazione ha spostato l’ago della bilancia verso una “automazione selvaggia”, fatta con macchinari estremamente costosi ma poco flessibili, adesso sfrutta la maggiore capacità dei robot contemporanei per andare nella direzione opposta. La parola d’ordine insomma diventa flessibilità, sia per quanto riguarda i processi produttivi che le modalità di impiego.

Le nuove generazioni di cobot, che hanno ereditato nuove tecnologie collaborative, da cui il nome di “collaborative robot” o in breve “cobot”, sono capaci di muoversi liberamente nella fabbrica e non solo nelle aree designate, potendo operare in modo sicuro accanto agli esseri umani, con l’obiettivo non di sostituire le attività dei lavoratori ma di assisterli e di sollevarli dai compiti più ripetitivi e semplici. Degli assistenti, insomma, che con il tempo imparano sempre di più e riescono a lavorare in contesti complessi con modalità altamente flessibili e customizzabili.

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