La proprietà intellettuale è in genere considerata un tema altamente specialistico, affrontato all’interno dell’azienda da chi per competenze o ruolo aziendale rivolge un particolare interesse alle forme di tutela dell’innovazione, specialmente quelle in ambito tecnologico. Nel mondo professionale la specializzazione si riflette in professionalità ben definite, quali quelle dei mandatari brevetti e marchi o degli avvocati specializzati.

Si tratta di un approccio certamente corretto, ma che rischia di far perdere di vista un aspetto fondamentale e troppo spesso trascurato: la proprietà intellettuale può essere infatti assai più diffusa e pervasiva nella vita dell’azienda di quanto non si creda. Un tipico esempio è quello che attiene la scelta, che l’azienda si trova di fronte, se brevettare o meno un nuovo dispositivo o prodotto: tipicamente, tale scelta viene svolta dal responsabile dell’ufficio tecnico o della Ricerca & Sviluppo in un determinato momento, e si pensa che questa scelta rappresenti un momento isolato, ben identificato e sostanzialmente affidato appunto agli “specialisti”.

Un approccio virtuoso alla miglior tutela degli asset aziendali, e degli sforzi creativi e innovativi dell’impresa, richiede tuttavia di ripensare alla proprietà intellettuale in termini molto più estesi, identificando in una sorta di ideale diagramma di flusso le principali fasi della filiera produttiva e individuando, in ciascuna di tali fasi, i momenti e le occasioni in cui vi possa essere un diritto di proprietà intellettuale (brevetto, modello, diritto d’autore su software, ma anche design o know-how) che sfugge alle normali dinamiche sopra esemplificate.

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