Da quanto emerso dalla legge di bilancio 2020, le belle premesse del Ministro dello sviluppo economico, Stefano Patuanelli, su Industria 4.0 sono andate in buona parte disattese (anche se vogliamo ancora credere che alla fine effettivamente i correttivi fiscali e di incentivazione siano obiettivi favorevoli alle PMI). Il primo rischio concreto è che gli interventi e le misure politiche di Governo e Parlamento non abbiano alcun impatto sulle competenze digitali e 4.0. Ma non è solo questo il problema. Per incentivare innovazione, produttività e competitività bisogna cambiare rotta con urgenza. Ce lo chiede anche la Commissione UE in un recente rapporto. Proviamo a indicare una direzione.

Com’è noto, il Piano Impresa 4.0 ha sin qui premiato maggiormente le medie e grandi imprese rispetto alle imprese di minore dimensione: questo sembra ormai assodato. Inoltre, è stato recentemente rilevato come dopo un 2017 record negli ordinativi interni di macchine utensili, si sia registrato a partire dal 2018 un progressivo calo degli ordini che si è andato ad accentuare nei primi nove mesi del 2019.

Obiettivo del Governo attuale, procedere ad un riassetto delle misure fiscali del Piano Industria 4.0 impostato dall’ex ministro Carlo Calenda, su una base di programmazione pluriennale (bene!), potenzialmente in grado di ampliare fino al 40% la platea delle imprese beneficiarie (quindi premiare le PMI). Poco convincente il passaggio dall’iperammortamento al credito d’imposta. A prima vista è un passo indietro per le imprese, ma lascerei alle circolari esplicative del Mise e a chi ne sa di fisco un’analisi più precisa.

Il Ministro aveva anche detto che intendeva puntare a incentivare di più rispetto agli anni precedenti gli investimenti in formazione 4.0 e in trasformazione tecnologica e digitale, soprattutto se finalizzati alla sostenibilità ambientale. Sulla formazione troppo poche le risorse causa il famoso teorema della coperta troppo corta.

Resta tutt’ora ancora poco definita la figura dell’innovation manager di cui le imprese potranno usufruire tramite voucher, ma complessivamente non ci sono grandi investimenti sul 4.0 (oltre a poche risorse in assoluto, si persegue ostinatamente nei finanziamenti a pioggia) e soprattutto non c’è la tanto auspicata virata in direzione delle competenze e del capitale umano, fattore chiave nella digital transformation in atto sia per nuove professionalità, sia per reskillare chi necessita di nuova formazione.

E in questo stallo sul tema, crescono le richieste di imprese che cercano personale qualificato per posizioni ad alto tasso di skill digitali, nel mentre sul mercato dell’occupazione queste figure scarseggiano.

Anche il Piano Calenda del 2016, che prevedeva super e iperammortamento, ebbe un impatto significativo sugli investimenti fissi, ma si dimostrò del tutto inefficace sul piano del capitale umano. I dati dimostrano che la percentuale di competenze ICT e digitali nelle imprese non mutarono affatto. Al contrario, è aumentato il numero di aziende che dichiara di cercare personale qualificato per posizioni ad alto tasso di digital skill, ma incontra difficoltà nel reperire queste figure sul mercato occupazionale.

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