Ha senso parlare oggi di politica industriale? Di sicuro, nel farlo è bene innanzitutto evitare equivoci terminologici e chiarire bene quali sono le linee essenziali di una sana moderna “politica industriale in senso stretto” e le sfide che sarà necessario affrontare per promuovere la competitività.

Negli anni ‘80-90, sull’onda della “rivoluzione” liberista Reagan-Thatcher fautrice dello Stato minimale, la risposta alla domanda sarebbe stata negativa o almeno fondamentalmente scettica su entrambe le sponde dell’Atlantico. A partire dagli inizi del 21° secolo, con il sovrapporsi di diversi cambiamenti epocali (tra cui la rivoluzione Internet, l’ingresso della Cina nella WTO, la nascita dell’euro, la crisi finanziaria post-Lehman, le tensioni geopolitiche in Africa e Medio-Oriente), il termine “politica industriale” non è più una ‘parola oscena’ in Europa, come dalla famosa battuta di Romano Prodi in uscita dal suo ruolo di presidente della Commissione Europea. Il dibattito si è rapidamente arricchito di documenti ufficiali (OECD, IMF, World Bank, Commissione e Parlamento Europei, Banche internazionali di sviluppo, Banche centrali etc.), articoli accademici e interventi giornalistici nella Triade (Usa, Europa e Giappone) con la partecipazione di economisti come Rodrik, Krugman, Stiglitz, Nelson, Aghion, Chang e diversi altri.

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