Nel suo discorso al Parlamento europeo la Presidente della Commissione eletta il 27 novembre, Ursula von der Leyen, ha espressamente citato sei punti di assoluto e prioritario interesse riguardo l’era digitale. Tra essi non compare esplicitamente il tema delle competenze digitali. Forse per mancanza di interesse? Probabilmente perché è un aspetto talmente basilare che sarebbe come citare (oggi) l’analfabetismo di base nell’Unione come fatto esiziale, e perché sta ai singoli ordinamenti degli Stati membri provvedere. Ma intanto, in Italia, la situazione è drammatica: è evidente che serve un nuovo, incisivo piano di intervento, ma, ci chiediamo interessa veramente il loro sviluppo?

Quando, nei lontani anni del Liceo, il professore del quarto anno spiegava su cosa filosofeggiasse Guglielmo di Occam, ignoravo (beata gioventù!) si trattasse di uno dei saggi più vicini ai costrutti di pensiero e alle metodiche operative delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC, qualcuno tra chi legge probabilmente ricorda l’acronimo; ci torneremo). Uno dei pensatori più atti a evidenziare il dannoso perdurare della dicotomia, tutta italiana (torneremo anche su questo), tra sophia e techne. Ricordo a me stesso che si trattava, seguendo una sintesi amata dal compianto collega Luciano De Crescenzo (occasione per ricordarlo), di “quello del rasoio”. Fra le sue molteplici declinazioni, l’apice del suo pensiero è così riassumibile: la spiegazione più semplice è con alta probabilità quella esatta. Proviamo a applicarne il metodo al contesto delle competenze digitali in Italia, lasciando momentaneamente nello scaffale l’Adorno Gregory Verra, col soccorso del web.

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