La Libia è da sempre, per ragioni storiche e di vicinanza, un importante fornitore di greggio per l’Italia, che, nel corso del 2019, ha ulteriormente aumentato la quota di import dal Paese nordafricano. Tuttavia nell’ultimo mese la situazione politica (e di conseguenza energetica) del paese si è notevolmente deteriorata.

Il 16 gennaio Ahmed al-Mismari, portavoce dell’esercito libico orientale sotto l’egida del Generale Khalifa Haftar, annunciava l’inizio delle operazioni anti-terrorismo nella regione meridionale della Libia. Durante la conferenza stampa, tra i vari obiettivi della missione, il portavoce di Haftar parlava di garantire le risorse dei libici come petrolio e gas. Faceva seguito il 18 gennaio, a ridosso della Conferenza internazionale sulla Libia a Berlino del 19 dello stesso mese, l’ordine del maresciallo Khalifa Haftar di chiudere i porti petroliferi nell’Est della Libia, minacciando di tagliare i due terzi dell’export di greggio libico. La chiusura dei terminal veniva poi confermata dalla compagnia energetica nazionale libica, la Noc, attraverso un comunicato nel quale si spiegava che il Comando generale dell’LNA e la Guardia delle strutture petrolifere delle regioni centrali e orientali avevano incaricato i dirigenti di Sirte Oil Company, Harouge Oil Operations, Waha Oil Company, Zueitina Oil Company e Arab Gulf Oil Company (AGOCO), filiali della National Oil Corporation, di bloccare le esportazioni di petrolio dai porti di Brega, Ras Lanuf, Hariga, Zueitina e Sidra. La Noc poi precisava che, con questa azione, ci sarebbe stata una perdita di produzione di greggio di 800.000 barili al giorno con perdite finanziarie giornaliere di circa 55 milioni di dollari al giorno.

Quali potrebbero essere, quindi, i contraccolpi sul nostro sistema energetico del recente stop all’export libico, conseguenza della chiusura dei porti petroliferi nazionali imposta dal Libyan National Army nell’ambito della guerra civile che infuria nella regione? Più costi per la raffinazione, ma nessun problema di approvvigionamento e modesto impatto sulla bolletta petrolifera. È questo, secondo quanto stimato dall’Unione petrolifera, il rischio legato al blocco delle esportazioni di petrolio dalla Libia.

I dati dell’associazione confermano l’importanza della Libia come fonte di approvvigionamento: le importazioni di greggio dalla Libia pesano il 12% sul totale delle importazioni italiane, e nel 2019, dopo il picco negativo del 2016 quando erano scese al 5% del totale, sono cresciute rispetto agli anni precedenti, trattandosi di una fonte di approvvigionamento storica e vicina (nel 2007 e 2008 era arrivata a sfiorare il 30% dell’import totale). Nel 2019 i quantitativi provenienti dalla Libia anno hanno sfiorato i 7 milioni di tonnellate di greggio, cifra che costituisce il 21% in più rispetto ai volumi importati nel 2018.

Tutte le raffinerie italiane importano e lavorano petrolio libico, che generalmente è di ottima qualità. La buona notizia è che l’approvvigionamento è comunque sostituibile con greggio proveniente da altri Paesi africani (Algeria, Nigeria, Gabon, Angola), dal Mare del Nord e dall’ Azerbaijan. La sostituzione comporta, come rivela UP, costi di approvvigionamento leggermente superiori, soprattutto per ciò che riguarda i costi di trasporto e in parte il sistema di raffinazione: una stima dei maggiori oneri per il sistema della raffinazione nazionale, su base annua, sarebbe dell’ordine di 60 milioni di euro (circa 1,3 dollari al barile in più). Il che risulterebbe poco rilevante come impatto sulla bolletta petrolifera, stimato intorno allo 0,2%. Calcolo che prescinde tuttavia da ogni possibile riallineamento dei differenziali sui mercati (soprattutto spot) dovuti ad un eventuale aumento della domanda dei greggi adatti a sostituire quelli libici, non più disponibili.

Ma i problemi scatenati dalla crisi libica sono più ampi: come è noto, tutte le principali raffinerie italiane importano e lavorano greggio libico. L’azienda più esposta è ovviamente Eni, tant’è che ultimamente l’amministratore delegato Claudio Descalzi è intervenuto avvertendo che la situazione in Libia “si sta complicando e c’è preoccupazione perché il blocco della produzione è come togliere ossigeno al Paese e alla popolazione. Sono già 12 giorni – ha detto mercoledì 29 gennaio – che la produzione è chiusa: non posso decidere io, ma la raccomandazione è di riaprirla”. Ricordando che la conferenza di Berlino non ha dato i risultati sperati, Descalzi ha così rivolto un appello alla diplomazia e alla comunità internazionale.

Per Eni il blocco è un ulteriore colpo, dopo che due mesi fa lo stabilimento di El Feel, nel sud del Paese, era stato chiuso in seguito all’esplodere delle tensioni militari in un’area distante proprio pochi chilometri. El Feel, della joint venture Mellitah Oil and Gas (partecipata da Eni al 50%), è un giacimento controllato dal generale Haftar, capace di una produzione giornaliera comunemente stimata in 70-75 mila barili di petrolio. Di recente l’impianto ha ripreso a funzionare, ma con rilevanti tagli alla produzione in seguito alla forzata chiusura. Resta da capire come e quanto evolverà la situazione e, soprattutto, se questo blocco delle esportazioni è destinato a perdurare.