Qualche tempo fa, durante un’aula di formazione che tenevo in una grande azienda sul tema del people management, mi colpì la riflessione di uno dei partecipanti che aveva provato a mettere in pratica alcuni degli apprendimenti condivisi nella sessione precedente. In buona sostanza raccontava di aver provato a dialogare in maniera diversa con i propri collaboratori, ponendo qualche domanda in più e assumendo un atteggiamento di ascolto sincero e spassionato. Tutto ciò gli aveva consentito di ottenere immediatamente un livello di ingaggio e motivazione sensibilmente più alti.

Attraversiamo un momento storico nel quale il senso autentico e funzionale del dialogo sembra essersi perso: è sufficiente guardare i talk show in TV, leggere i giornali, scorrere il feed dei social per rendersi conto che gli attori in gioco ovvero gli interlocutori sono sempre meno tali e sempre più personaggi che recitano dei monologhi. Con la conseguenza evidente e inevitabile che non si possa costruire nuovo pensiero e idee diverse. Nelle aziende che quotidianamente frequento, probabilmente in virtù della sempre maggiore pressione derivante da obiettivi via via più sfidanti e da vincoli ancora più stringenti, l’attenzione e il tempo che vedo dedicati al dialogo sembrano affievolirsi. E allora aumentano le incomprensioni, gli equivoci, gli errori, i conflitti.

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