Dall’allarme rosso si è passati al ridimensionamento dell’emergenza, ma l’industria deve ancora fronteggiare l’impatto enorme del Coronavirus su supply chain ed esportazioni. Blocco della supply chain, che deriva dallo stop imposto alle fabbriche cinesi. Il governo di Pechino ha annunciato che l’80% delle aziende di Stato (e il 70% di quelle private) ha ripreso le attività, ma sulle linee c’è solo il 20% della forza lavoro totale (fonte Digitimes), e per i settori cruciali delle filiere produttive come quelli di componenti o il tessile, le attività hanno ripreso a un ritmo inferiore al 10% della capacità totale, secondo gli analisti di Icis.

Un bel problema: dalla Cina arrivano in Europa tutti i componenti hi-tech, le molecole che vengono usate nel pharma, le materie prime tessili per il fashion; e quelli necessari per automotive, telecomunicazioni, meccanica. Mentre alcune delle fabbriche di Lombardia e Veneto, da cui dipende il 40% della manifattura italiana, hanno già chiuso per precauzione o proprio perché «si trovano davanti alla progressiva paralisi delle catene di approvvigionamento o all’impossibilità di transito delle merci: le aziende che puntano sulla produzione just-in-time si trovano in notevole difficoltà, e sempre più prossime al completo blocco della supply chain», dice a Industria Italiana Mark William Lowe, socio Anra e Membro dell’Advisory Board di Pyramid Temi Group.

Dunque, il blocco della supply chain è la conseguenza più immediata del Coronavirus sulla produzione. Certamente esistono delle metodologie per evitarlo: Lowe suggerisce il Geoaudit, una procedura prudenziale che permette di identificare i potenziali rischi legati all’esposizione internazionale ed elaborare soluzioni efficaci.

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