C’è un settore industriale dove l’Italia domina la scena mondiale. Con otto miliardi di fatturato, i costruttori nazionali di macchine per il packaging hanno messo tutti in fila, Germania compresa. Il comparto è uno degli architravi della manifattura del Belpaese, insieme alla componentistica per auto, alla farmaceutica e alla chimica. La più alta concentrazione di stabilimenti produttivi è nella Packaging Valley, distretto emiliano cresciuto per gemmazione da impresa madre a imprese figlie grazie a operai che si sono “messi in proprio” nella seconda metà del secolo scorso: conta “nomi” come la Ima di Ozzano dell’Emilia e la Tetra Pak di Modena. Per il 2020 e per il 2021 l’associazione italiana dei Produttori, Ucima, prevede una crescita sostenuta, con un rialzo medio annuo dell’export pari al 3,1%.

Riusciranno le nostre imprese ad approfittare delle chance di mercato? Dipende. Ci sono due sfide da affrontare. Anzitutto, l’adeguamento tecnologico. La customizzazione di massa si fonda sulla capacità delle imprese di offrire prodotti e servizi personalizzabili. Ciò però determina la riduzione quantitativa dei lotti. Occorre produrre macchine che sappiano realizzare confezioni a misura di azienda-cliente. Poi la sostenibilità. Il mercato è sempre più orientato verso l’imballaggio eco-friendly e verso la riduzione degli sprechi. Anche qui, il packaging va riprogettato.

E poi ci sono due ostacoli da superare. Anzitutto, la tassa sulla plastica, esempio di politica “tafazziana” che rischia di colpire, seppure indirettamente, un’eccellenza del Made in Italy. Infine, le continue turbolenze geopolitiche in diversi mercati, i dazi e le tensioni commerciali a livello internazionale. Ne abbiamo parlato con il direttore di Ucima (propriamente: Unione costruttori italiani macchine automatiche per il confezionamento e l’imballaggio) Paolo Gambuli.

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