L’Agenzia delle entrate ha avviato un’attività ispettiva per valutare la corretta fruizione del credito di imposta per Ricerca & Sviluppo, misura introdotta nell’ambito delle iniziative in chiave Industry 4.0. Una decisione volta a stanare casi di evasione fiscale, ma che tuttavia presenta rischi per chi ha commesso errori interpretativi. Con conseguenze che possono essere anche gravissime per le aziende e gli imprenditori, sul piano sanzionatorio e penale.

Approfondiamo la situazione e vediamo le possibili conseguenze per le imprese.

L’articolo 3 del decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 145 (convertito, con modificazioni, dalla legge 21 febbraio 2014, n. 9, noto come “decreto Destinazione Italia”), integralmente sostituito dall’articolo 1, comma 35, della legge 23 dicembre 2014, n. 190 (legge di Stabilità 2015), ha introdotto un credito di imposta per attività di Ricerca e Sviluppo. L’introduzione della misura agevolativa è stata accompagnata da una grande risonanza mediatica per indurre le imprese ad avvalersi delle provvidenze introdotte, che, diversamente da altre misure similari, ebbero particolare appeal nei potenziali fruitori per la semplicità di utilizzo che non ha precedenti nel passato: nessuna prenotazione del credito, limiti di fruizione molto alti, nessuna istanza o comunicazione, né preventiva, né consuntiva.

La formalità fu sostanzialmente limitata predisposizione di una apposita certificazione dei costi e delle spese sostenute da parte del soggetto incaricato della revisione legale o del collegio sindacale o di un professionista iscritto nel Registro dei revisori legali, da allegare al bilancio [1]. Mentre sino all’anno 2017 la certificazione poteva essere rilasciata da un professionista terzo rispetto al fruitore anche nella ipotesi in cui il beneficiario fosse dotato dell’organo di revisione, dall’anno 2018 tale possibilità è stata soppressa, per cui le società che hanno nominato un revisore non possono che rivolgersi a lui per la certificazione.

L’agenzia delle Entrate ha avviato una attività di controllo dei crediti fruiti. Nei casi complessi l’Agenzia delle Entrate deve rivolgersi al Ministero per lo Sviluppo Economico – Mise. Ciò che si sta riscontrando è che, qualora il progetto avviato dovesse risultare non coerente con le norma ed emergesse una indebita fruizione del credito, lo stesso viene considerato tout court “inesistente”, con le conseguenze devastanti (a dir poco) che verranno appresso analizzate.

Il problema sta nelle evidenti difficoltà interpretative della legge, coniata senza tenere presente che la norma dovrebbe essere “autosufficiente” in termini di chiarezza [2] applicativa. Ma un ulteriore handicap sta nel contesto di cui le norme sono “calate”, contesto in cui la esigenza di combattere l’evasione ha generato l’equazione codificata per cui l’errore interpretativo viene considerato comunque frutto di una attività fraudolenta. La combinazione di questi due fattori, unita alla inefficienza della macchina amministrativa, che avvia controlli o quando le persone disoneste che hanno compiuto i misfatti sono scappati col bottino, ovvero quando le persone oneste che hanno commesso un errore non riuscirebbero a neutralizzare il loro operato neppure pagando tutto, crea uno stato di incertezza e di terrore in cui si ha la sensazione che le norme, piuttosto che un contrasto alla evasione, siano un contrasto alle imprese.

[continua a leggere]