Le scelte da compiere in merito allo sviluppo dei prossimi sette anni, specialmente per il Sud dove le risorse del Fondo europeo per lo sviluppo e la coesione rappresentano oltre il 50% di quelle disponibili per investimenti, dovranno necessariamente tenere conto delle lezioni apprese in questi mesi di epidemia e di quarantena. In particolare, occorre che tra i driver della nuova programmazione 2021-2027 vi sia l’impiego delle nuove tecnologie non solo per migliorare l’organizzazione sanitaria ma anche per superare il divario digitale tra le regioni.

Il sistema sanitario del sud Italia, per i motivi e nel contesto di riferimento che andremo a esaminare, deve essere profondamente ripensato e questo può essere fatto sfruttando in modo sinergico tutte le risorse a disposizione nell’ambito di un quadro composto da Digital Innovation Hubs, New green deal e Nuova politica industriale europea per l’economia circolare.

Scrivere di sviluppo, di transizione digitale, di negoziato per le risorse della coesione 2021-2027, non può certo essere fatto senza partire dal dato di contesto di questi giorni, definiti da molti opinionisti e da molti cittadini sui social e nelle comunità dei territori “surreali”, mentre da più parti si richiama l’economia di guerra e dovendo ancora attendere per sapere se a seguito delle nuove misure adottate dal Governo nella legge di stabilità 2020 per innalzare nel prossimo futuro gli investimenti realizzati con risorse ordinarie, le risorse della coesione divengano finalmente, com’è giusto, davvero aggiuntive.

L’unico dato certo è che ci confrontiamo da diverse settimane ormai, con una realtà difficile da fronteggiare visto che ci siamo trovati ad affrontarla sprovvisti degli strumenti adeguati. Una realtà tuttavia, più prevedibile di come vorremmo ora credere, colti come siamo stati quasi di sorpresa dal rallentamento di tutte le attività per un’emergenza sanitaria mai verificatisi dal dopoguerra, che svela con indiscutibile evidenza il valore del Sistema Sanitario Nazionale pubblico e che va gestita guardando alla salute dei cittadini come bene primario ma anche ai serissimi pericoli incombenti sull’economia nazionale e mondiale.

In questo quadro vanno rintracciati e sanati per il futuro gli errori dei mancati investimenti passati e recenti, nazionali ed europei, in termini di strutture, attrezzature e risorse umane a sostegno della sanità pubblica.

Siamo forse l’unico paese fra gli stati membri in Europa che con i provvedimenti adottati ha posto da subito la salute dei cittadini davanti a qualsiasi altro ragionamento o strategia politica, e questa forse è la lente da indossare per vedere il futuro.

Greta Thunberg e i giovani che più di ogni altro l’hanno seguita non avrebbero immaginato nella loro battaglia sull’inquinamento di incontrare un’emergenza che avrebbe totalizzato l’attenzione dei media perché immediatamente misurabile in costi umani di malati e deceduti, ma che può anche spianare la strada ad un più veloce cambiamento di paradigma del sistema produttivo e dello sviluppo nel senso da loro auspicato.

I problemi gravi e urgenti che abbiamo affrontato fino a dicembre 2019 non sono superati ma solo accantonati e ci attendono aggravati alla fine dell’emergenza con due dati nuovi che potrebbero giocare un ruolo positivo in futuro: la riduzione dell’inquinamento e le misure varate dalla UE per affrontare l’emergenza.

Il minore inquinamento atmosferico nelle zone maggiormente colpite dal virus e la qualità dell’aria nelle città già oggi sono visibili con i loro tangibili miglioramenti dalle cartine che circolano sul web per la Cina prima e il nord Italia poi. Questo è un dato incontrovertibile che nessuno poteva immaginare sarebbe stato disponibile in modo così evidente nella primavera successiva ai Friday for future. Un dato che non ha più la vulnerabilità, pretestuosa ma di grande effetto su molta opinione pubblica e su numerosi decisori politici, di dover essere ancora dimostrato.

Il secondo elemento è anch’esso molto dirompente negli schemi di ragionamento fin qui adottati. L’Europa c’è e le misure varate la scorsa settimana, lo dimostrano. Se ha tentennato all’inizio specialmente come vertice della BCE provocando danni non trascurabili, oggi possiamo dire che le misure annunciate rivelano per la loro eccezionalità che l’Europa è un soggetto politico tanto più se consideriamo la presenza di comportamenti non univoci fra gli Stati membri, sia sotto il profilo dell’approccio all’emergenza che di concezione dello “spirito europeo”.

La sospensione del Patto di stabilità e l’attivazione della clausola di salvaguardia, le nuove regole sugli aiuti di stato, e, infine, il pacchetto relativo alle modifiche per l’utilizzo dei fondi strutturali oltre ad avere finalmente la dignità di una misura unitaria di contrasto a questa gravissima emergenza, danno ragione anche della scelta di appartenenza dell’Italia all’Europa, divenuta oggi sempre da riaffermare perché non più data per scontata dai cittadini. Certo occorre vedere quale sarà l’esito della partita più importante, quella su MES e sulle ulteriori necessarie misure finanziarie, ma si può confidare che alla fine prevarrà la lungimiranza, il guardare alle misure di Oltreoceano e la consapevolezza che questa emergenza ha un “dopo” e che per superarla ed avviare la rinascita in modo competitivo, l’Europa al suo interno deve essere solidale.

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