Come è facile immaginare, la seconda ondata Covid impatterà negativamente sulle previsioni economiche, che già contenevano uno scenario di crisi, ma non i numeri precisi della nuova emergenza. Tuttavia la variazione più evidente non è sul 2020, che in base alle stime dell’Unione Europea terminerà con un PIL italiano in calo del 9,9% (migliore delle previsioni), ma sul 2021, quando la ripresa si fermerà al 4,1%, rispetto al 6,1% indicato nelle stime dell’estate scorsa.

Il bilancio italiano si conferma fra i più pesanti d’Europa, al secondo posto, dietro solo alla Spagna, per perdita di PIL. Solo due paesi UE, Germania e Polonia, recupereranno il livello di crescita pre-pandemia entro la fine del 2022.

Durante la prima metà dell’anno l’attività economica in Europa ha subito un violento shock, mentre nel terzo trimestre, con la graduale revoca delle misure di contenimento, si è registrata un’intensa ripresa. Ma la recrudescenza della pandemia nelle ultime settimane, con le nuove misure di sanità pubblica introdotte dalle autorità nazionali per limitarne la diffusione, è all’origine di nuove perturbazioni. L’economia della zona Euro subirà una contrazione del 7,4% nel 2020, prima di crescere del 4,1% nel 2021 e del 3% nel 2022.

Nello specifico, per l’Italia si stima una perdita del PIL 2020 pari, come detto, al 9.9%, un numero quindi migliore rispetto alle più cupe previsioni di luglio, ma la crescita 2021 e 2022 sarà invece più lenta, rispettivamente al 4,1 e 2,8%. Difatti non è un caso che lavoriamo di più e investiamo abbastanza, senza che questo produca alcun valore aggiunto.

La crisi dell’industria italiana non è da imputare esclusivamente al Covid. Si assiste ormai da tempo ad una scarsa capacità di trasformare tecnologie e ore lavorate in maggior output con conseguente crollo della produttività del lavoro del capitale. E questo da prima che la pandemia e le misure necessarie a contenerla si abbattessero su di noi come una mannaia.

I numeri non lasciano adito a interpretazioni: la produttività totale dei fattori, che misura il progresso tecnico e i miglioramenti nella conoscenza e nell’efficienza dei processi produttivi, dopo alcuni anni di lieve ma costante recupero, è diminuita nel 2019 dello 0,5%.

A generare il crollo di tutti gli indicatori della produttività è proprio il calo del valore aggiunto: ovvero le imprese hanno aumentato il capitale impiegato nella produzione e le ore lavorate, ma non hanno registrato miglioramenti in termine di valore aggiunto. La produttività totale dei fattori per l’Italia ha registrato una variazione pressoché nulla in tutto il periodo 1995-2019, ma con andamenti differenziati nei diversi sotto-periodi.

In buona sostanza lavoriamo di più e lavoriamo peggio. Non solo lavoriamo di più senza che questo abbia effetto sul valore aggiunto, ma neppure l’aumento di spesa in ICT (+4,2%) e R&S (+3,1%) ha prodotto miglioramenti in tal senso nel 2019 poiché, sempre nel periodo 1995-2019 la produttività del capitale ha registrato un calo medio annuo dello 0,7%, risultante da un aumento dell’input di capitale (+1,4%) superiore a quello del valore aggiunto (+0,7%).

L’Italia appare sempre più lontana dall’Europa. Il 2019 è uno schiaffo in faccia, ma quello che c’è dietro ai numeri dei 25 anni precedenti indicano che c’è un sistema da ripensare completamente, per riuscire ad allinearci per lo meno ai numeri dell’Europa.