Il manifatturiero italiano resiste e si posiziona bene nella scena internazionale, ma serve una strategia a lungo termine che veda oltre la crisi, per affrontare le sfide presenti e future, quali un nuovo modello di globalizzazione, la necessità di passare a un’industria più sostenibile e la sfida della trasformazione digitale e delle competenze che verranno richieste sempre più ai lavoratori.

Questi sono i principali spunti che emergono dal rapporto del Centro Studi di Confindustria “Innovazione e resilienza: i percorsi dell’industria italiana nel mondo che cambia”, che partendo da un’analisi del sistema manifatturiero italiano e del contesto internazionale cerca di delineare gli scenari futuri per l’industria del nostro Paese.

La pandemia ha provocato uno shock del settore manifatturiero a livello globale, che si è inserito in un contesto che già risentiva dei cambiamenti dell’ultimo decennio. Il tasso di crescita della produzione industriale, infatti, ha subito una flessione negli ultimi 10 anni, con la crescita del valore aggiunto a livello mondiale pari all’1,8% nel 2019 (in decelerazione per il secondo anno consecutivo), con livelli simili alla situazione post-crisi del 2008.

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Una flessione provocata anche dal cambiamento delle politiche commerciali internazionali, che hanno portato a un progressivo aggravarsi delle tensioni commerciali e politiche tra i paesi, che è risultato in una vera e propria guerra dei dazi tra gli Stati Uniti e i partner commerciali a partire dal 2018.

Tensioni che hanno minato la fiducia nel sistema multilaterale intorno al quale è stata costruita la rete degli scambi globali e ridotto sensibilmente i flussi di investimenti diretti esteri, indebolendo così i pilastri su cui è stata costruita la fase di espansione produttiva che ha caratterizzato la cosidetta Globalization Age.

Già prima della crisi del commercio internazionale provocata dalla pandemia, sottolinea il rapporto, era emersa la tendenza da parte delle principali economie globali di ri-orientare la domanda dall’esterno all’interno, che si è tradotta anche in un’ulteriore spinta ai processi di  reshoring e nearshoring, ovvero il ritorno di attività manifatturiere e di approvvigionamento nel paese di origine delle imprese (reshoring) o nel continente di appartenenza (nearshoring), che, in tutto o in parte, le avevano localizzate altrove (spesso in un paese lontano).

Processi che hanno portato l’Asia ad essere il continente che ha perso più attività manifatturiere negli ultimi 20 anni, a favore soprattutto dell’Europa (dove si è registrato il 58% del reshoring a livello globale).

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In un tale contesto, forte sarà l‘impatto provocato dalla pandemia. Secondo le attese, nessuna tra le principali aree industrializzate del pianeta sarà in grado di evitare nel 2020 una forte contrazione del valore aggiunto, ad eccezione della Cina, che registrerà una moderata espansione (+2,1%, il tasso comunque più basso da oltre tre decenni). Il 2020 dovrebbe chiudersi con una crescita negativa del 5,1%, non lontana da quella registrata nel 2009 (-6,0%).

In questo quadro, l’Italia si è ormai consolidata al settimo posto della graduatoria mondiale dei principali produttori manifatturieri, con una quota del 2,2%, davanti alla Francia (1,9%) e al Regno Unito (1,8). L’Italia, inoltre, compare tra gli esportatori mondiali con la performance migliore: secondo il trade performance index elaborato da WTO e UNCTAD, il nostro Paese occupa le prime tre posizioni al mondo in otto raggruppamenti settoriali su dodici, subito dietro la Germania.

Tuttavia, il rapporto sottolinea come già prima dello shock provocato dalla pandemia, l’industria italiana aveva un problema di deficit di crescita, provocato soprattutto dall’erosione della domanda interna a fronte di una domanda estera che ridimensionata.

A questo proposito, si stima che alla fine del 2019 la domanda interna di beni manufatti italiani fosse inferiore del 16% ai livelli del 2007, contro il +4,8% in Francia e il +11,9% in Germania. Il terzo risultato peggiore nell’Eurozona, dopo Grecia (-24,6%) e Spagna (-21,6%).

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La flessione della produttività ha avuto un impatto sulle dimensioni dell’appartato produttivo: si stima, infatti, che dal 2017 si sia verificata una contrazione del numero delle imprese superiore alle 32mila unità. A farne le spese soprattutto le imprese di piccole e piccolissime dimensioni a favore, invece, delle imprese più grandi.

Se questo fa parte di un processo di razionalizzazione del sistema produttivo, come sottolinea il Direttore del Centro Studi di Confindustria Stefano Manzocchi, occorre tuttavia puntare su politiche economiche che tengano conto della realtà del sistema produttivo del Paese. Soprattutto visto che a questo processo di selezione non ha corrisposto una riallocazione delle risorse verso le imprese rimaste: le imprese uscite dal mercato hanno portato fuori dall’economia le risorse e le competenze di cui disponevano, riducendo il livello del potenziale produttivo e aprendo vuoti all’interno dei territori (specie meridionali) in cui operavano.

L’impatto della pandemia sui livelli di attività della manifattura italiana è stato immediato e violento. Nei due mesi di lockdown (marzo e aprile) la produzione è diminuita mediamente di oltre il 40%, anche se con un profilo fortemente disomogeneo a livello settoriale (dal -92,8% della produzione di prodotti in pelle al -5,5% del farmaceutico).

“Questa crisi, tuttavia, non è come le altre”, sottolinea Maurizio Marchesini, Vice Presidente di Confindustria per le Filiere e le Medie Imprese. “È una crisi provocata da un’emergenza sanitaria, ben diversa dalle crisi del 2008/09 e del 2011. Sappiamo che è temporanea, sappiamo che finirà, il problema è l’incertezza legata al quando. Bisogna investire in ricerca e sviluppo, oltre che in digitalizzazione”. E su questo aggiunge: “Bene rilanciare Industria 4.0: il digitale è una lunga maratona, e siamo solo al primo chilometro”.

Una particolarità della crisi che si è evidenziata nel rimbalzo della produzione industriale che si è avuto nel terzo trimestre, sottolinea il rapporto, e che ha saputo sfruttare le lezioni imparate dal passato.

“Durante la fase acuta della crisi, dare credito in modo ampio è stata la scelta giusta – commenta Fabiano Schivardi, Professore di economia all’Università Luiss Guido Carli – E anche gli interventi di policy hanno evitato la perdita di 2 milioni di posti di lavoro”.

“A queste politiche interventiste non si è accompagnata, tuttavia, una riflessione adeguata sulle strategie industriali di medio e lungo termine”, commenta il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi.

Secondo Bonomi, che prende atto di una “ripresa ormai rimandata al 2022”, manca inoltre “una visione di politica economica e si procede a passi brevi secondo le pressioni del momento. L’attenzione per i problemi congiunturali rischia di far perdere di vista le trasformazioni che da tempo caratterizzano il panorama industriale italiano e globale”.

“Preoccupano i ritardi nel concepire una strategia di sviluppo sostenuto e sostenibile per l’Italia, fondata sul contributo delle imprese”, commenta Bonomi. Una strategia che quindi non tiene conto delle sfide che dovrà affrontare l’Italia, come il resto d’Europa, una volta superata la pandemia.

Sfide che riguardano da un lato la sostenibilità (con gli interventi da mettere in atto per raggiungere gli obiettivi climatici europei per il 2050) e dall’altro la mobilità occupazionale (con i necessari provvedimenti volti a garantire la riqualificazione dei lavoratori e l’acquisizione anche per i giovani delle competenze specifiche necessarie alle imprese).

Per quanto concerne la sfida alla sostenibilità, l’Italia parte da una posizione avvantaggiata, avendo già da tempo introdotto un approccio “responsabile” alla produzione e al consumo di risorse. Presenta, infatti, un ridotto impatto in termini di rifiuti solidi prodotti, grazie ad un approccio circolare rispetto all’utilizzo delle risorse (grazie alle attività di riciclo e recupero è stato infatti possibile re-immettere nel sistema economico l’83% circa dei rifiuti speciali prodotti in Italia, contro l’81% registrato in Germania, il 71% in Francia, il 60% del Regno Unito e una media UE del 53%).

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L’industria Italiana può contare, inoltre, su un ridotto impatto in termini di emissioni di gas serra prodotti dalle attività di trasformazione. Infatti, secondo le stime del Centro Studi Confindustria, la manifattura italiana si colloca al quarto posto tra le principali economie globali, al terzo nella UE, per minor intensità di CO2 (CO2 in rapporto al valore aggiunto), su livelli equivalenti a quelli registrati dalla manifattura tedesca.

Rispetto alla media UE, l’intensità delle emissioni di CO2 della manifattura italiana è inferiore del 31%. La bassa impronta di carbonio della manifattura italiana nel confronto internazionale è spiegata soprattutto da livelli di efficienza ambientale dei processi industriali tra i più elevati al mondo.

Resta ancora un punto dolente, tuttavia, dei brevetti green: secondo dati OCSE, infatti, in questo ambito l’Italia occupa ancora un ruolo marginale in Europa, con un peso (4,6%) che è simile a quello della Svezia ed è circa un terzo di quello francese e la metà di quello del Regno Unito.

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Sulla necessità di superare gli egoismi dei singoli paesi e di elaborare una risposta a livello europeo insiste il Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, che sottolinea anche come sia importante a livello nazionale individuare gli strumenti giusti su cui investire per poter garantire la resilienza del sistema industriale e, allo stesso tempo, avere imprese flessibili che si adattino ai cambiamenti futuri.

“Alle nostre imprese servono strumenti di risk management, in grado di analizzare i mercati, una strategia flessibile in grado di potersi spostare tra mercati diversi. La capacità di innovazione, di far ricerca e sviluppo e la flessibilità nell’organizzazione aziendale”, commenta.

Temi che, sottolinea il Ministro, non possono non essere accompagnati da forti politiche di Governo che supportano questi modelli, soprattutto per utilizzare al meglio i fondi messi a disposizione dal Piano Next Generation Eu.

“Il nostro sforzo è nel cercare di capire come utilizzare al meglio i fondi del fondo Next Generation Eu, che non sono infiniti. Dobbiamo utilizzarli per intervenire in quei sistemi dove non saremmo riusciti a intervenire con le risorse ordinarie”.

In quest’ottica, sottolinea il Ministro, si inserisce il Piano Transizione 4.0, un pacchetto che segna una discontinuità con il passato, fornendo alle imprese una capacità di programmazione degli investimenti più ampia, in grado di promuovere una sostenibilità che sia ambientale, economica e sociale.

Articolo di Michelle Crisantemi su Innovation Post