L’innovazione che regge il futuro dell’Italia adesso segue tre filoni, che purtroppo finora sono stati scollegati.

  • Il sostegno delle nuove aziende dell’innovazione. Ossia startup e pmi innovative.
  • Il sostegno alla trasformazione digitale di tutte le aziende, pubbliche e private.
  • Il primo tassello scaturito dalla pandemia è il più ambizioso e va sotto il cappello del NextGenerationEU con il Recovery fund, interventi ad ampio spettro per un futuro digitale e sostenibile.

In questo ultimo tassello c’è, in nuce, un nuovo spirito di innovazione Paese che l’Italia deve affrettarsi a fare proprio.

Sostegno a startup e pmi innovative

Siamo alla fine di un percorso cominciato quasi dieci anni fa.

È dal 2012, ossia dalla prima Agenda Digitale italiana, che il Paese si è reso conto di dover recuperare i ritardi nella costruzione di un’ecosistema di aziende innovative. Si è cominciato con il RestartItalia dell’allora ministro Passera, per poi arrivare agli incentivi 30% del ministro Calenda del 2017 su investimenti startup e pmi innovative, con un ritardo importante per l’interlocuzione con l’Europa.

Il meccanismo sembra più oliato adesso. Si  arrivati così a una potente leva di investimenti pubblico-privati con il Fondo Nazionale Innovazione l’anno scorso e quest’anno con i nuovi incentivi del Decreto Rilancio. Di questo vediamo attuato, da qualche giorno, il Fondo Rilancio da 200 milioni, mentre si attende il decreto attuativo per gli incentivi fiscali 50% su investimenti.

Da Industria 4.0 a Impresa 4.0 a Transizione 4.0

Il secondo filone è più recente, lo si può datare con il ministro Calenda e il piano Industria 4.0 di incentivi fiscali alla trasformazione digitale del manifatturiero. Ambito che si è ampliato successivamente, come Impresa 4.0 e ora Transizione 4.0.

L’attuallegge di bilancio 2021, in via di conversione parlamentare, potenzia e stabilizza gli incentivi, potenzialmente di 24 miliardi di euro circa.

Transizione 4.0 in legge di bilancio 2021: speranze e auspici

La nuova legge di bilancio 2021 è stata accolta con favore da Confindustria perché in ambito 4.0 potenzierebbe gli incentivi (credito di imposta su investimenti nella trasformazione digitale) e li stabilizzerebbe annualmente.

Uso, non a caso, il condizionale, perché tra annunci e promesse, troppe volte siamo stati delusi, ovvero troppe volte sono trascorsi mesi e mesi per avere un decreto attuativo o la disponibilità di cassa…e il volume di investimenti della precedente legge di bilancio pure si è ridotto dopo l’uscita del decreto in Gazzetta Ufficiale.

Quindi prudenza nei giudizi, ma sembra che qualcosa di importante per le nostre imprese che vogliono innovare sia in rampa di lancio.

I rumors dai Ministeri ci dicono che sarebbe stata trovata la quadra tra Ministero dello Sviluppo Economico e Ministero dell’Economia in relazione al piano Transizione 4.0. Si parla di qualcosa come 25 miliardi di €, a valere sui fondi del Recovery Plan, con proroga fino al 2022 delle aliquote aumentate per il 2021, infine nuovi massimali e possibilità di compensazione più rapida.

La proroga dei termini sarebbe importante per rendere (come sostiene Confindustria con Bonomi) gli interventi non spot, ma strutturali nel tempo. Il piano in vigore, che scade a dicembre 2020, con possibilità di consegne fino a giugno 2021, verrebbe rinnovato per ulteriori due anni con il vantaggio tra gli altri che si estenderebbe retroattivamente anche agli investimenti effettuati negli ultimi due mesi del 2020, dal 1 novembre per l’esattezza. Per ora il termine del provvedimento verrebbe fissato al 31 dicembre 2022, con possibilità di portare le consegne fino al 30 giugno 2023 in caso di versamento di un acconto pari ad almeno il 20% dell’ordine. Inoltre verrebbero rivisti al rialzo i tetti e aliquote di tutti gli incentivi parte del piano Transizione 4.0.

  • Infatti il credito d’imposta per l’acquisto dei beni strumentali 4.0 (ex iperammortamento), attualmente al 40% per investimenti fino a 2,5 milioni e al 20% per investimenti tra 2,5 e 10 milioni di €, salirebbe al 50% per investimenti fino a 4 milioni e al 30% per la quota di investimenti di valore compreso tra 4 e 10 milioni. Arriverebbe poi una nuova aliquota del 10% per gli investimenti superiori ai 10 milioni (attualmente non agevolati) e i 20 milioni. Le nuove aliquote varranno per ora solo per il 2021, mentre nel 2022 tornerebbero ai valori odierni. Il periodo di compensazione dei crediti d’imposta, attualmente fissato a 5 anni, scenderebbe a 3 anni a partire già dall’anno in cui si verifica l’interconnessione
  • Venendo ai beni strumentali semplici, cioè tutti i beni strumentali non 4.0 (ex superammortamento) l’aliquota, solo per il 2021, passerebbe dall’attuale 6% al 10%, “per investimenti effettuati da soggetti con ricavi o compensi inferiori a 5 milioni”.
  • Sarebbe infine prevista una maggiorazione particolare per quei beni strumentali funzionali all’implementazione dello smart working, per i quali l’aliquota salirebbe al 15%.
  • Proseguendo con i beni immateriali ricompresi nell’allegato B (i cosiddetti software 4.0), l’aliquota attuale del 15% verrebbe innalzata al 20%, con massimale in crescita da 700.000 euro a 1 milione (anche in questo caso soltanto per il 2021). Pare poi che venga introdotto un incentivo anche per l’acquisizione di altri software non assimilabili a Industria 4.0, con credito d’imposta pari al 6%. Tempo di compensazione per i beni immateriali verrebbe portato a 1 anno.
  • Novità anche anche per il credito d’imposta per Ricerca, Sviluppo, Innovazione, credito d’imposta che oggi è del 12% con massimale di 3 milioni, salirebbe al 20% con massimale a 5 milioni. Il credito d’imposta per le attività di innovazione tecnologica salirebbe invece dall’attuale 6% al 10% con massimale che da 1,5 passerebbe a 3 milioni. L’aliquota invece riservata ai progetti di innovazione per favorire digitalizzazione e sostenibilità, oggi vale il 10%, andrebbe al 15%. Infine, il credito d’imposta per le attività di design e ideazione estetica, attualmente al 6%, passerebbe al 15% con raddoppio del tetto da 1,5 milioni a 3 milioni. Tutte le nuove aliquote e i massimali relativi al credito d’imposta per le attività di Ricerca, Sviluppo e Innovazione sarebbero valide entrambi gli anni di proroga.
  • Si rafforza anche il credito d’imposta per Formazione 4.0, che ad oggi copre, con aliquote differenti comprese tra il 30% e il 50% a seconda delle dimensioni aziendali, il costo orario della manodopera occupata nei percorsi di formazione. Verrebbe introdotto, come chiesto anche da Confindustria, tra i costi ammissibili anche le spese dirette (il costo dei formatori ed eventuali spese connesse, ad esempio l’affitto dei locali o attrezzature strettamente necessarie alla formazione) mentre oggi il calcolo è vincolato al costo aziendale riferito alle ore o alle giornate di formazione dei lavoratori.

Insomma non c’è ancora tutto ciò che serve alle imprese per andare verso il 4.0, ovvio che dovremo leggere i decreti attuativi per capire la reale platea coinvolta, ma sembra almeno ci sia lo sforzo di dare stabilità agli stimoli al 4.0, per favorire, in un momento così eccezionale, gli investimenti delle imprese. Il nuovo Piano entrerà nella legge di bilancio. Poi vedremo, tra qualche settimana, che testo uscirà dal Parlamento…

Intanto comunque registriamo che i tecnici del ministro dello Sviluppo Economico Patuanelli stimano un costo in 25 miliardi spalmati lungo tutto il periodo di compensazione: in manovra, per finanziare l`operazione, sarà costituito un Fondo Recovery Plan-Transizione 4.0 agganciato alle risorse europee. Fin qui le anticipazioni, poi vedremo cosa verrà effettivamente approvato a beneficio delle nostre imprese!

Gianni Potti, Presidente CNCT Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici

Next generation eu

Il Next Generation EU – un nuovo strumento per la ripresa da 750 miliardi di euro che rafforzerà il bilancio dell’UE con nuovi finanziamenti raccolti sui mercati finanziari per il periodo 2021-2024.

La Commissione vuole orientare lo strumento verso gli investimenti su digitale e sostenibilità.

Non è ancora chiaro l’impatto sul sistema Paese; l’Italia del resto ancora deve stanziare correttamente i miliardi disponibili. Dobbiamo anche stare attenti a evitare ritardi e inefficienze su questo fronte, perché sarebbe una mancanza irrimediabile per il futuro dell’Italia.

I fondi dovrebbero servire a una profonda trasformazione della nostra economia e società, verso un modello più sostenibile e digitale by default: per una pubblica amministrazione che lavori nativamente in digitale, ad esempio; per aziende che si dotino degli strumenti tecnologici necessari e delle competenze che servono in un’economia evoluta. Per avere infrastrutture digitali finalmente future proof equamente diffuse. Le priorità del Governo sembrano essere queste.

Un piano industriale dell’innovazione italiana

Lo spirito del Next Generation UE già ci mostra la strada, che però ora deve essere attuato – recepito, interiorizzato – da una visione nazionale italiana. Ossia uno spirito che metta assieme per la prima volta, in un modello coeso e integrato i filoni – qui ne abbiamo delineato tre, forse quelli portanti – con cui si è cercato di innovare il Paese.

L’Italia una vera politica industriale negli ultimi decenni non l’ha fatta. Si è limitata a guardare interessi di parte e di breve, incentivando e spingendo diversi comparti a seconda delle esigenze del momento. Questo vizio di fondo si vede anche ora, soprattutto nei primi interventi per il digitale. Sempre troppo verticali, settoriali; e con un orizzonte di breve periodo.

Adesso comincia a formarsi una narrazione diversa.

La pandemia ci sta aiutando a spingere in questa direzione. A imporre un senso di urgenza e di consapevolezza verso la trasformazione digitale. E ci dà anche le risorse, europee, per farlo. 

Ma ora è necessario cogliere questo impulso e farlo nostro, all’interno di una nuova politica industriale che regga il futuro del Paese.

Articolo di Alessandro Longo e Andrea Rangone su Agenda Digitale